Hacking Society (and Learning how to Fix it)

Today one new post of mine is out on the new and growing ouishare.net media, an information portal on the collaborative economy that you should really start following. This post is about hacking our society for the better, it was a mixed inspirations that came from watching a recent lecture from Joe Stiglitz focusing on the shortage of long term sight in human, market driven, society and the urgency of learning.

Also, to inspire this writing, it’s been a sentiment that I feel growing more and more every day: the necessity to take a turn towards a more meaningful experience in life as a human being.

From now on I’ll not be publishing the english versions of post appearing originally on other portals so you can finde the english version here.

Don’t forget to follow me on twitter @meedabyte.

The italian translation follows.


Ormai da più parti si evoca il cambiamento come l’unica soluzione ai nostri numerosi, per non dire infiniti, problemi: la figura del changemaker è oggetto di ricerca e approfondimento. Ai più appare oggi chiaro come la società occidentale sia afflitta da una incapacità di capitalizzare l’esperienza derivante dagli errori, di inventare soluzioni radicalmente nuove di fronte ai suoi insuccessi nel gestire i problemi.

In relazione a questo voglio segnalare una lecture di Joseph Stiegliz – Nobel per l’economia nel 2001 – in cui giorni fa mi è capitato di imbattermi, tenuta a Luglio alla London School of Economics: Creating a Learning Society (qui le preziossissime slides)

Nella lecture Stiegliz mostra con precisione – e in maniera piuttosto impietosa – come la società attuale, tecnologicamente e industrialmente avanzata, produca un’innovazione che sottostima il valore delle risorse comuni e dell’ambiente e tende a risparmiare lavoro, esacerbando le problematiche sociali e non risolvendo alcuno dei radicali problemi che dovremmo invece affrontare come collettivo.

Stiegliz enfatizza come spesso anche la “democrazia” sia protettrice dello status quo e del Washington Consensus, come tutto il sistema economico si sia negli anni ottimizzato solo in chiave delle efficienze statiche richieste dal mercato libero – l’esasperazione della specializzazione e della produttività, il focus sulla protezione dell’innovazione e della proprietà intellettuale con lo scopo dell’aumento dei profitti – a scapito della efficienza dinamica – la capacità di comprendere i problemi, cambiare, adattarsi e implementare velocemente soluzioni.

Ho già avuto modo di riflettere sul perché di questo difetto sostanziale del sistema economico: questa inefficienza nell’innovare è fortemente legata a un modello di produzione storicamente basato sulla massificazione e sulla larga scala. Produrre su larga scala è più redditizio: gli investimenti necessari rendono la competizione meno viva e se si riesce a convincere i “consumatori” con false esigenze – spesso facilmente narrabili dalla televisione o dalla pubblicità – piuttosto che affrontare problemi reali, si può generare profitto in maniera facile e prolungata non contribuendo più di tanto allo sviluppo.

In poche parole come dice Stigliz proprio nella lecture che citavo:

“I mercati, se lasciati soli, non sono efficienti nel promuovere l’innovazione.”

La questione centrale è dunque comprendere come avverrà questa ineludibile, pure se non inesorabile, transizione a una società più efficiente nel trovare reali soluzioni ai problemi (innovare). Come troverà spazio questo nuovo obiettivo di crescita inclusiva, sostenibile e centrata sul benessere?

In prima battuta, come in parte ho avuto modo di descrivere tramite The Future Proof Enterprise, una risposta può arrivare, in un certo senso, da dentro il mercato.

Esiste una rilevante opportunità di creare imprese meno incentrate sul profitto e più sulla capacità di integrazione con il mercato-società in costante cambiamento: esse avranno una significativamente maggiore possibilità di esistere nel lungo termine.
A confermare un sentire comune, Fred Wilson – tra i più importanti VC – ha recentemente annunciato che terrà un corso sul tema della sostenibilità a lungo termine dell’impresa “How to be in business forever, a lesson in sutainability”.

Tornando però alla questione del come dietro questa transizione, quello che dobbiamo chiederci è: con meno profitto disponibile e una catena di generazione dello stesso più equa, quale diventa il ruolo dell’imprenditorialità? Chi saranno i leader di questa rivoluzione del significato? Quali obiettivi avranno se non potranno – e magari non vorranno – puntare su arricchimento personale, carriera fulminante e benefit scintillanti?

Il ruolo della motivazione puramente “economica” è stato già analizzato da molti e, alla luce di un recente studio dell’università di Princeton – che ha spiegato come i soldi possono comprare si la felicità, ma solo fino a un certo punto, 75K$, dopodichè diventano praticamente ininfluenti –   va senz’altro riconsiderato.

Ma al di là dell’esplorazione delle motivazioni, che è stata fatta da molti, e che Dan Pink ha riassunto nel suo Drive (magicamente tradotto da RSA animate in un video meraviglioso)

alla ricerca di una risposta più specifica ho provato, giorni fa, a porre proprio questa domanda su quora in cerca di risposte.

Tuttavia, più di tutto, è stata un’esperienza umana diretta a convincermi di ciò che condivido oggi.

Giorni fa ho speso qualche giorno con il mio  caro amico Maurizio Conventi; lui è un developer e vive da Free Lance girando il mondo, posizionando al primo posto della sua scala dei valori qualcosa di diverso dal denaro o dalla carriera: la libertà di vivere a modo suo.

Altri come lui, sempre di più, pongono sul piatto della bilancia dello stile di vita, da un parte il denaro – inevitabile necessità – dall’altra il divertimento, la creatività, l’espressione culturale, il senso di comunità, il significato; una vita più sana e più sostenibile, in tutti i sensi, e in definitiva una esistenza più umana.

Chi se non questi persone potranno guidare le imprese resilienti del futuro, quelle che nel bilancio metteranno a fattor comune l’impatto sociale e il cambiamento con la sostenibilità economica?

Ma chi sono questi futuri leader in grado di mettere in atto un approccio DIY alla creazione di una dimensione esistenziale equilibrata tra ricerca, curiosità e produttività? Come saranno riconosciuti come tali?

Ciò che li accomuna, è il loro Hacker Mindset: la loro curiosità per il  capire e l’indagare nuove soluzioni: sanno come funzionano le cose e cominciano a pensare che possono – da dentro – sfruttare il sistema e – dal basso – costruirsi una esperienza di vita bsata su nuovi obiettivi: la felicità, la libertà, l’impatto e il riconoscimento sociale attraverso la condivisione.

Chi, tra voi, ha avuto modo di frequentare l’ambiente dell’innovazione sociale, saprà che molti di loro vengono da dentro l’establishment: c’è chi viene dal mondo della ricerca chi un tempo era un manager, ci sono i self-starter per vocazione, i Free Lance ex-consulenti o i designer stufi del lavoro spersonalizzante nelle corporate.

Differenza basilare tra il social hacker e il politico, o anche rispetto a un certo tipo di attivista approssimativo, è che egli vive di esempio: come ha detto Catarina Mota, nella sua recente intervista sul mio blog:

“Stiamo semplicemente proponendo ed esplorando un’alternativa. Lo stiamo facendo come gli hacker fanno tutto il resto: mostrando una prova che può funzionare.”

si tratta dunque di dare evidenza che modi alternativi di produrre ricchezza (una, almeno parzialmente, diversa ricchezza) possono funzionare, mettendoli in atto.

Sono completamente convinto che sia giunto un momento in cui occorre abbracciale al 100% lo stile di vita che studiamo, avochiamo e proponiamo, se non altro poiché questo sarà l’unico, inevitabile modo comprendere come porre il cambiamento in atto.

Non si tratta di essere Gandhiani (“Be the change you wish to see in the world”) bensì semplicemente di prendere atto che non è per niente detto che l’istinto di conservazione dell’umanità alberghi nei pensieri dei grandi decisori.
Secondo taluni, questi dovrebbero implementare il cambiamento dall’alto, tramite scelte di legge o grandi inversioni di marcia del sistema produttivo che, onestamente, non si vedono a un orizzonte che invece è sempre più incerto.

In molti professiamo che occorre abbracciare un nuovo modo di vivere che sia glocale, che ci veda parti di una comunità, che guardi a un significato più alto, ma dall’altra parte pochissimi cercano realmente di porre questa alternativa in atto. Una maggiore decisione nel percorrere queste strade ci porterebbe a scontrarci più radicalmente con i problemi legati allo stradominio del consenso al mercato libero e al pensiero consumistico dominante, e velocizzerebbe probabilmente la creazione di forme alternative di produzione della ricchezza e di una più vera prosperità.

Abbiamo ancora moltissimo da fare in questo senso: ci mancano i modelli economici – che peraltro non saranno facili da trovare se, come credo, i meccanismi di base del mercato rimarranno invariati – ci mancano le strutture di incubazione e di facilitazione: il partner state dipinto da Bauwens è ancora ben lungi dall’essere reale, se non altro in molti paesi occidentali dominati dallo strapotere della finanza.

Ancora, dovremo smontare e rimontare gli stessi processi produttivi, la manifattura cooperativa e just in time – come sta facendo Wikispeed – fino a produrre screen sharing qualcosa di estremamente rivoluzionario: la produzione non guidata dal profitto, ma dalle nostre esigenze, l’innovazione basata sulla nostra capacità e necessità di imparare.

Dobbiamo sperimentare nuove economie, alternative, fatte di relazioni meno formali e più arricchenti – atti di scambio e condivisione come quelli che stanno nelle banche del tempo o negli skillshare, che già mostrano una crescita esponenziale nei luoghi più caldi della crisi del mercato.

Più di tutto potrebbe guidarci l’atto di circoscrivere la nostra economia – non necessariamente in chiave geografica – con un ritorno a una dimensione più tribale, locale o anche rurale, dove misurare il nostro impatto sociale e il valore del nostro lavoro sia più semplice e il nostro contributo più utile e evidente.

In conclusione voglio tornare su un punto fondamentale che ho richiamato nell’introduzione: quello dell’apprendimento. La transizione verso una società più interessata allo sviluppo che al consumo e al profitto è, senza ombra di dubbio, possibile solo attraverso un sistema basato sull’imparare, sistematicamente, dagli errori.

Oltre ad essere centrale nella lecture di J. Stiegliz che ho citato all’inizio, il Learning è al centro di una delle più efficaci sintesi metodologiche prodotte dalla cultura Hacker negli ultimi anni: l’applicazione della metodologia lean all’innovazione declinata da Eric Ries in “The Lean Startup”.

L’approccio sistematizzato da Ries, ha infatti evidenti punti di contatto con la questione della transizione tra efficienze statiche e dinamiche e si adatta splendidamente alle esigenze dell’innovatore di oggi (te stesso, io che scrivo questo post). Applicare la metodologia Lean all’innovazione significa sperimentare di più: l’intera metodologia si basa sul concetto di Validated Learning (traducibile come, apprendimento validato) ovvero sulla sistematica creazione e verifica di ipotesi sul valore e l’impatto di cio che abbiamo prodotto.

Chi di voi ha letto The Lean Startup saprà che esistono due ipotesi fondamentali: la Value Hypotesis (il cosidetto leap of faith) – ovvero l’ipotesi che il nostro prodotto o servizio possa effettivamente rappresentare un valore per qualcuno – e la Growth Hypotesis, ovvero il meccanismo mediante il quale il nostro prodotto/servizio può crescere.

Verificare la Growth Hypotesis significa verificare che il prodotto (la soluzione), che abbiamo creato sia capace di generare economie di scambio tra pari e dunque di affermarsi e crescere: chiunque di voi abbia avuto a che fare con la crescita di una moderna startup sa quale sia il ruolo fondamentale delle relazioni tra pari (utenti), spesso l’unica chiave di crescita.

Mettendo dunque insieme – in maniera peraltro un po’ sacrilega per gli accademici dell’economia – le teorie di Joe Stiegliz, quelle di Eric Ries e i nuovi valori guida della eminente e crescente categoria dei Social Hacker, viene fuori un messaggio incontrovertibile: abbiamo bisogno di un’economia che permetta lo scambio di valore e la condivisione in quanto potenti motori di innovazione reale attraverso l’apprendimento.

Quando parliamo di “sharing economy” parliamo dunque esattamente di questo: creare innovazione “on purpose” e crescere attraverso lo scambio e il confronto.

A questo punto però, abbiamo un piccolo grande problema: ci troviamo con l’esigenza di creare una fiorente economia di condivisione e scambio e l’unica metafora di scambio che conosciamo, il denaro, è vittima di una scarsità disarmante.

È come se nel parlare tra di noi – per spiegarci e imparare –  ci costringessero ad usare un massimo di quattro o cinque parole per volta: questo renderebbe la parola scarsa e, di conseguenza, l’apprendimento e la crescita quasi, se non, impossibile.

Per questo motivo – superare la scarsità del denaro e dare linfa a un mondo di scambi – resto dunque convinto che una o molte monete e economie alternative siano necessarie, per favorire la transizione verso uno sviluppo sociale e antropologico reale, fatto di apprendimento e crescita piuttosto che di giganteschi problemi ignorati.

Photo Credit: CC-BY-SA:

1. Sebastiaan ter Burg (http://goo.gl/m6No9);

2. UmbriaLovers (http://goo.gl/LJJuQ);

3. betsyweber (http://goo.gl/YF9te)

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Blogger, Wireless strategist and consultant, passionate about innovation, Free and open source enthusiast

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  1. Pingback: The Era of the Lean Corporation « Meedabyte

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